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L'Antiquarium - Sala degli Affreschi

L’Antiquarium del Comune di Nonantola è una mostra permanente dei reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Nonantola e limitrofo. I materiali, portati alla luce dagli annuali lavori agricoli, sono stati recuperati, nel corso di un’attività decennale, dai componenti del locale Archeoclub e dal sig. Angelo Borsari. I rinvenimenti del territorio sono presentati in tre sezioni secondo un ordinamento cronologico e tematico: età del bronzo, età villanoviana, età romana. Ogni sezione è preceduta da un breve inquadramento storico e dalla presentazione topografica dei siti archeologici.


L’età del bronzo è la più riccamente documentata e i reperti presentati si riferiscono all’insediamento terramaricolo della frazione di Redù, che si trova a circa due chilometri dal paese, scoperto verso la fine del 1700. Le terramare rappresentano un fenomeno culturale e storico molto importante per il nostro territorio. A partire infatti dalla media età del bronzo fino alla fine del bronzo recente (XVI- XII secolo a.C.) l’area modenese e la pianura centro–padana in genere, in precedenza scarsamente popolate, vennero occupate da un gran numero di centri abitati. Il loro nome deriva dall’espressione dialettale “terra marna” (terra ricca di sostanze organiche adatta per le concimazioni) che nel secolo scorso veniva usato per indicare i tumuli di terreno fertile che frequentemente si trovavano nelle campagne. Queste collinette, quindi, formate dai depositi organici di antichi villaggi, assunsero prima un interesse agronomico, in quanto furono sfruttate come fonte concentrata di concimi di facile reperimento e solo successivamente fu riconosciuta la loro natura archeologica.

Quella delle terramare fu essenzialmente una civiltà di contadini, pastori e artigiani e il museo raccoglie manufatti da mensa e di uso domestico, attrezzi e strumenti riferibili alle varie attività lavorative e produttive che rappresentano una significativa esemplificazione della realtà insediativa della terramara di Redù.
L’attività artigianale di cui è rimasta più abbondante testimonianza è la produzione di contenitori per bere e mangiare (tazze, bicchieri e scodelle) oppure per cuocere e contenere (orcioli, vasi). Le tazze, in particolare, presentano i caratteristici manici conosciuti come anse “cornute” lunate o semilunate delle terramare. Caratteristica della cultura terramaricola è la lavorazione del corno di cervo o dell’osso. Con questi materiali si realizzava una gamma molto vasta di manufatti: spilloni, bottoni e pettini da telaio.
Inoltre la quantità di pesi da telaio e fusaiole rinvenuti negli scavi fanno ritenere che la produzione tessile rivestisse un ruolo importante nell’economia terramaricola.
Nel villaggio terramaricolo viveva un artigiano specializzato: il metallurgo, come dimostrano la presenza di tracce di lavorazione e le numerose forme di fusione, cioè gli stampi in pietra con cui si ottenevano gli oggetti. Inizialmente la produzione metallurgica del bronzo era riservata ad armi e ornamenti, ma poi vennero prodotti utensili come falci messorie, punteruoli e lesine.


L’età del bronzo fu un’epoca di scambi e di intensi traffici commerciali anche a lunga distanza: l’ambra, resina fossile proveniente soprattutto dall’area baltica, fu un materiale di scambio molto apprezzato per il suo aspetto lucente, il colore dorato e le proprietà elettrostatiche.

Fra i resti di fauna trovati negli scavi oltre il 90% appartiene a specie domestiche le cui dimensioni erano sensibilmente inferiori a quelle delle varietà attuali: ovini, bovini suini. Altri animali domestici assunsero un’importanza rilevante: il cane come coadiutore nella caccia e nella custodia dei greggi e il cavallo usato come animale da trasporto e da traino. Sono testimoniati anche animali selvatici come l’orso, il lupo e il cervo.
Le conchiglie marine si trovano con una certa frequenza nelle terramare e in molti casi dovevano fungere da ornamento. Una parte di queste proviene dal litorale adriatico o da quello tosco-ligure ma una parte consistente appartiene ad affioramenti fossili.


LA LAMINA AUREA DI REDU’
Bacheca n°5

Il pezzo più significativo conservato nel museo è sicuramente questo disco d’oro del diametro di 8 cm rinvenuto casualmente nella zona dove è ubicato l’insediamento terramaricolo. Costituito da una sottilissima lamina a leggera calotta, è decorato con la tecnica a sbalzo e puntone. Presenta sette motivi circolari costituiti da file di cerchi con un punto a sbalzo al centro e all’esterno lineette a raggera, intervallati da sei cerchielli. Si presume che costituisca una rappresentazione religiosa legata al simbolo del sole.

 

ETA’ DEL FERRO
Bacheca n°6-7
Due sono le bacheche dedicate all’età del ferro a Nonantola. I reperti in esse contenuti sono di notevole interesse in quanto sintetizzano molti aspetti della civiltà villanoviana, così denominata dalla scoperta, avvenuta nel 1835, di una necropoli nei pressi di Villanova di Castenaso nel bolognese. I Villanoviani erano dediti all’agricoltura, all’allevamento e alla lavorazione dei metalli.
A Nonantola sono presenti frammenti di ciotole, bicchieri e piattelli in ceramica depurata: in alcuni casi questi manufatti presentano graffiti sul fondo interno od esterno: croci, stelle, rami secchi stilizzati. Sono presenti anche frammenti di ceramica da mensa, di grande pregio, importate dalla Grecia. Questa ceramica, proveniente soprattutto da Atene, rappresentava un vero e proprio “status symbol”.  Si sottolinea la bellezza di alcune fibule.

ETA’ ROMANA
Bacheca n°8-9-10 e ricostruzione a pavimento

Nella sezione romana vengono evidenziate le caratteristiche generali degli insediamenti rurali del territorio nonantolano, parte integrante dell’agro di Mutina. Le attività quotidiane sono documentate dal vasellame domestico: ceramiche fini da mensa e da cucina, pentole da fuoco e recipienti in vetro.
L’economia rurale è illustrata da attrezzi agricoli, dai contenitori per il magazzinaggio delle derrate alimentari. I pesi da telaio e le fusaiole documentano la produzione e la lavorazione della lana. Le attività produttive locali e gli scambi commerciali emergono dalle scorie di fusione, da anfore per il trasporto delle merci e dalle monete per le transazioni quotidiane. I Bolli sulle anfore e sui laterizi documentano le officine e i produttori.
Le tipologie abitative rurali sono messe a confronto con quelle urbane e illustrate attraverso le tecniche ed i materiali edilizi documentati nel territorio nonantolano (pavimenti fittili con esagonette di varie dimensioni, pavimentazioni a mosaico, tegole, coppi, mattoni manubriati).

 


Il refettorio affrescato dell’antico monastero di S. Silvestro

Il locale dove nel 1983 sono stati rinvenuti gli affreschi si trova in un fabbricato, attualmente occupato dal Comune di Nonantola, che in origine faceva parte del complesso abbaziale.
Esso ha subito nel tempo vari rimaneggiamenti, nel corso dei quali fu ridotto nella sua lunghezza, elevato in altezza, soppalcato e, con l’introduzione di una doppia fila di 10 pilastri, suddiviso in tre navatelle. Non vi è dubbio che si tratti dell’antico refettorio del monastero: lo provano le dimensioni, ancor oggi notevoli dei due ambienti sommati e il loro tradizionale disporsi col lato lungo parallelo al corpo longitudinale della chiesa, al di là di un ampio spazio vuoto, originariamente occupato dal chiostro.
I frammenti di affresco sono stati rinvenuti sulle pareti orientale, settentrionale e meridionale e presentano un fregio costituito da un’alta fascia a meandro, in prospettiva, interrotte da tabelle figurate e un registro figurato comprendente una serie di scene variamente leggibili. Gli affreschi sono stati riportati integralmente alla luce grazie alla perizia inimitabile di Uber Ferrari sulla base di un piano di restauro scientifico conservativo. Essi furono realizzati quasi sicuramente in un momento di grande affermazione e di floridezza del monastero. L’uso del blu di lapislazzuli implica un cospicuo impegno finanziario mentre l’estesa gamma dei colori usati ed i sofisticati espedienti esecutivi testimoniano la cura dedicata alla qualità tecnica e materiale della realizzazione.

L’esecuzione deve essere stata affidata ad una équipe ben organizzata ed omogenea, che non lascia trasparire significative distinzioni di mano. Dal punto di vista stilistico gli affreschi di Nonantola si conformano ad un tono di grande compostezza e nobiltà, il disegno appare sicuro e flessibile. In diversi brani, infatti,  la caduta del colore evidenzia un disegno preparatorio di straordinaria scioltezza: (si veda per esempio, nella fuga da Damasco, la figura del soldato addormentato ridotta quasi alla sola preparazione, dove pochissimi rapidi tratti essenziali riescono ad evocare la pesantezza della testa sulla mano e il morbido distendersi delle forme arrotondate del corpo; restano in evidenza anche quelle che paiono soluzioni alternative piuttosto che pentimenti, come la posizione del braccio sinistro del dormiente, proposta in due varianti e non sappiamo quale sia stata la prescelta).
I dati storici e documentari fanno propendere per una datazione degli affreschi alla fine del secolo XI o nei primi anni del secolo successivo.

     


I MOTIVI ORNAMENTALI
la Greca “abitata” e il tralcio vegetale

Il motivo del meandro in prospettiva, o greca, è un motivo decorativo di derivazione classica largamente usato in epoca medievale a partire dell’epoca carolingia soprattutto nell’Italia settentrionale, in Germania, Francia, e Spagna. Nel corso dell’XI e XII secolo incontra particolare fortuna una variante del motivo che consiste nell’interrompere lo snodarsi del nastro per inserirvi delle tabelle figurate.
Il fregio conservato a Nonantola è una greca interrotta, appunto, da tabelle: presenta un tracciato giocato su due nastri: uno rosso e uno azzurro che si stagliano contro un fondo azzurro cupo, ed è del tipo “a svastica oraria complessa con legatura indiretta” e a “svastica oraria complessa con legatura diretta”.
Nelle tabelle si sono conservati, a Nonantola, due grifoni che rappresentano, se non un unicum, certo una rarità. Oltre al motivo della greca si conserva a Nonantola un altro motivo decorativo interessante: il tralcio vegetale che decora la monofora della parete sud. Nello sguancio della finestra è dipinto, contro un fondo giallo, un serto di foglie verde scuro: trovare un decoro vegetale in questa sede non è fatto inconsueto, interessante è il fatto che decora appunto lo sguancio di una finestra.


IL REGISTRO FIGURATO
Descrizione e interpretazione iconografica delle scene


Parete Nord
Molta parte delle scene della parete nord sono malamente leggibili perché graffiate e molto deperite. Sono appena percepibili, all’inizio della parete entrando, alcuni tratti della greca e un edificio con tetto a capanna e campanile. Proseguendo si può osservare nella greca una tabella a fondo giallo contro cui si staglia un grifone rosso, dall’ala più scura, maculata e ripiegata sul dorso. Si tratta chiaramente di un grifone: ha testa e ali d’aquila e corpo di leone, ma non rispetta l’iconografia consueta che lo vede raffigurato in atteggiamento aggressivo con le ali spiegate. Le ali, smilze, sono aderenti al dorso e maculate: per queste caratteristiche il grifone di Nonantola rimane praticamente senza confronto. Sotto la greca, verso sinistra sono ben leggibili il volto frammentario di un vecchio monaco incappucciato e aureolato, coi baffi bianchi e la mano alzata e, più in basso la figura inginocchiata e piegata di un giovane monaco con aureola e saio giallo. E’ poi ben visibile una serie di edifici: una chiesa con campanile, due costruzioni con tetto a capanna, una torre quadrangolare che, nonostante le cadute di colore, dimostrano comunque una straordinaria vivacità cromatica, perché le costruzioni hanno pareti e coperture ora rosse, ora gialle, ora verdi. Dopo questa serie di edifici segue una scena di esequie dove sono raffigurati un giovane santo vestito di rosso, con un libro aperto in mano e un giovane diacono pure aureolato e con dalmatica ornata di clavi rossi. Egli si china a deporre nella bara la salma di un santo. La scena probabilmente rappresenta il funerale del vescovo di Capua, Germano. Più avanti si scorge ancora la testa aureolata e incappucciata di un monaco e le sue mani che stringono una lunga croce astile, mentre della figura che lo precede si distingue appena una spalla e il turibolo che viene fatto oscillare sopra il defunto. L’ultima scena presenta due angeli che sorreggono una mandorla circolare bianca con un busto femminile all’interno. La scena,  sormontata da un tratto di greca che è il più integro e meglio conservato di tutta la sala, rappresenta forse l’ascensione dell’anima di Germano in cielo. Nella figura centrale sono evidenti i fori del compasso che ha permesso di tracciare sia la mandorla che il centro dell’aureola. La presenza in queste scene di personaggi aureolati e incappucciati fa ritenere che sulla parete settentrionale del refettorio fossero raffigurate storie di santi benedettini oppure di un ciclo della vita di S. Benedetto, fondatore dell’Ordine, cui la chiesa e il monastero di Nonantola erano dedicati.

Parete Est
Nella parete Est si distingue a malapena il profilo superiore di una serie di aureole, interrotte al centro da una grande lacuna dovuta all’apertura di una porta. Trattandosi della parete principale di un ambiente religioso decorato è logico immaginare di essere di fronte ad una Majestas Domini con la figura del Cristo dentro una mandorla sostenuta da angeli o circondata da simboli degli evangelisti ed attorniata da santi oppure dalla scena di  Giudizio Finale, con il Cristo sempre in mandorla accompagnato da angeli e apostoli.


Parete Sud
Nella parete sud colpiscono immediatamente le tre monofore superstiti ad altezza di pavimento che conservano ancora, almeno in parte, la decorazione dello sguancio: un fregio a meandro rosso e azzurro su sfondo blu scuro oppure un serto vegetale verde scuro dipinto su un fondo giallo. Questo particolare fregio vegetale, come la greca, resta senza confronto. A sinistra, nelle scene figurate,  si ergono in successione una città turrita, cinta da mura merlate, oltre le quali, in primo piano, si ergono tre torri rosse. Poi si vedono due giovani soldati, senza testa, vestiti di giallo e di azzurro, con mantello scuro che sembrano impugnare una spada o una lancia con la mano destra e tenere con la sinistra uno scudo rosso. Un terzo soldato giace a terra e sul viso, che ha perso quasi completamente il colore appare la linea preparatoria del disegno, quel tratto continuo che taglia  gli occhi e il naso. All’estremità destra si conserva ancora la figura di un santo con breve barba scura , da identificare con S. Paolo che fugge da Damasco. Ai lati della figura di S. Paolo sono nettamente visibili, a partire dall’altezza dei gomiti, due linee rette più chiare che possono ben essere le corde di sostegno della cesta che servì alla fuga. L’ultima scena è la meglio conservata di tutto il ciclo. La composizione si articola in due gruppi contrapposti: a sinistra S. Paolo per la tipica caratterizzazione fisionomica, vestito dello stesso pallio rosso che indossa nella scena della fuga, viene condotto per mano da Barnaba verso le figure di S. Pietro, che li attende a braccia aperte e di un altro apostolo, forse S. Giacomo minore. Si tratta sicuramente della Presentazione di S. Paolo agli apostoli, radunati a Gerusalemme. Si tratta di una scena rarissima da non confondere con la più divulgata rappresentazione dell’incontro di Pietro e Paolo a Roma, dove i due personaggi appaiono uniti in abbraccio.



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Posta certificata: comune.nonantola@cert.comune.nonantola.mo.it


29 - Lug - 2010

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